MILLEEUNAVOCE: GOVERNO DELLA CITTA’ E QUESTIONE DI GENERE

di Rosaria Distefano, Ass. Milleeunavoce

Il lavoro, la segregazione di genere, i beni comuni.

Si può qui dire, senza timore di sbagliare, che la questione di genere comprende tutte e tre questi temi.  Siamo in un’epoca di “femminilizzazione” del lavoro intesa come introduzione di una tipicità che richiede sempre meno forza muscolare e sempre più competenze relazionali. Questi due fattori strutturali sommati ad altri due, che sono l’affetto e la partecipazione, dovrebbero garantire uno spazio sempre più grande e una maggiore varietà al lavoro delle donne. Le donne continuano, invece, a essere marginalizzate in lavori poco qualificati, precari e sottopagati.

In un mercato del lavoro già degradato, le donne prendono compensi inferiori di circa il 10-20% dei loro colleghi maschi, nonostante siano comprovati i superiori successi scolastici delle ragazze rispetto ai loro compagni e una maggior efficienza femminile nelle attività lavorative, in generale.  La retribuzione inferiore determina una precarietà nella vita delle donne e una mancanza di autonomia reale e crea, inoltre, un disagio economico profondo nella vita di quelle famiglie in cui la donna è colei che percepisce il reddito principale, condizione sempre più frequente nella realtà del nostro paese. E’ comprovato che una gran parte delle famiglie italiane, con l’attuale dimensione del reddito, non sarebbe in grado di affrontare una spesa straordinaria che superasse i 750€. Questo limite si abbassa ulteriormente nelle famiglie le cui entrate dipendono dal lavoro femminile.

Appare del tutto evidente che le donne, nel mondo del lavoro sono segregate, sottopagate e marginalizzate. In Italia, dopo la nascita del primo figlio, molte lavoratrici sono costrette ad abbandonare il loro posto di lavoro a causa della drammatica carenza di servizi.[1] Queste madri difficilmente riescono a ritornare al loro posto di lavoro nel momento in cui decidono di farlo se non pagando lo scotto della precarizzazione e della dequalificazione. Questa situazione è particolarmente assurda, in quanto un maggior inserimento delle donne nel mondo del lavoro favorirebbe la crescita generale del benessere collettivo con la creazione di ulteriori di posti di lavoro nel settore dei servizi, dell’assistenza agli anziani e ai bambini, nelle attività domestiche retribuite.[2]

Le misure di austerità avviate nel 2012 hanno preso la forma di tagli alla spesa pubblica per quanto riguarda il welfare e il pubblico impiego. Il blocco delle assunzioni ha ridotto l’occupazione nel pubblico impiego con la conseguente dequalificazione o, addirittura, perdita di molte prestazioni di tipo assistenziale. Questi tagli hanno avuto e hanno un destinatario prevalente: la donna.[3]

Queste politiche negative riguardano un ampio spettro d’interventi dello Stato nella società. Politiche che hanno prodotto un attacco alla qualità di vita della cittadinanza nel suo insieme questi tagli hanno, infatti, riguardato le pensioni, la riduzione degli assegni familiari e dei sussidi di disoccupazione; la riduzione o, addirittura, il taglio definitivo da parte degli Enti Locali – oppressi dalla questione dei Patti di stabilità – delle indennità di alloggio e dei sussidi assistenziali, delle indennità per i disabili, degli interventi nella Scuola pubblica.

La messa in campo di queste politiche sociali negative che, di fatto, hanno aggredito tutta una serie di diritti ritenuti acquisiti, ha aperto la strada ad altre ingiustizie sociali sempre in agguato. Soprattutto all’interno dei luoghi di lavoro è avvenuto un cambiamento che si potrebbe definire antropologico con la messa in discussione di diritti fino a qualche tempo fa considerati acquisiti e inalienabili come i diritti delle donne in gravidanza  e i diritti che riguardano i congedi e gli assegni di maternità.

 Come può intervenire un Ente Locale per modificare una realtà tanto drammaticamente deteriorata? La questione dei BENI COMUNI non deve essere considerata uno slogan, ma il nuovo corso, la strada nuova da percorrere per i partiti comunisti presenti a livello locale.

I BENI COMUNI possono essere compresi in una logica di conflitti condotti dalle comunità che si battono per difendere i mezzi necessari alla soddisfazione dei bisogni fondamentali, che stanno subendo l’attacco a tenaglia da parte dello Stato e da parte della proprietà privata. [4] Attacco che si è andato sviluppando in occidente a, partire dagli anni 80/90 e che si è aggravato in Italia negli ultimi due anni, grazie alle politiche del cosiddetto “governo tecnico” imposto dall’Europa in seguito alla proclamata crisi economica e finanziaria. I BENI COMUNI sono quei beni riconosciuti come tali perché producono utilità essenziali per la sopravvivenza e per la riproduzione di una vita dignitosa per gli uomini, le donne, i bambini e le bambine.

Occorre fare attenzione perché è in atto un tentativo di banalizzazione portato avanti soprattutto dal PD che individua i BENI COMUNI come una terza via tra pubblico e privato. Tentativo utilizzato come un pannicello, per coprire politiche sociali completamente mercificate.[5] I BENI COMUNI devono essere, invece, considerati come  modelli di governo delle risorse fondati sull’inclusione e sulla diffusione del potere.

E’ appunto in quest’ottica che ovunque, ma soprattutto negli Enti locali, occorre opporsi fermamente ai processi in corso di privatizzazione di beni e servizi. Risorse in precedenza considerate di unica competenza della sfera pubblica. I beni e i servizi sono proprietà collettiva e soltanto la sfera pubblica ne può garantire la distribuzione democratica e controllata sottraendoli ai meccanismi di produzione interni al capitale e al mercato. Si parla di questioni fondamentali come l’istruzione, la sanità, la produzione e distribuzione di energia e dell’acqua, il controllo del processo di smaltimento dei rifiuti, il controllo della televisione e l’amministrazione della giustizia, compreso il comparto delle carceri. Perché ognuno di questi comparti è sotto attacco e molti sono coloro che, anche a sinistra, pensano che il “privato debba fare la sua parte”, senza considerare che la “parte” del privato è una sola: quella dell’accumulazione e del vantaggio di pochi a discapito del benessere della collettività.

Ormai siamo tutti consapevoli che i governi, catturati dalle sirene liberiste non possono fare buone leggi che facilitino l’eguaglianza, come siamo consapevoli che anche gli Enti locali corrono il rischio di essere catturati dalle sirene liberiste con il conseguente degrado della capacità di assicurare buone politiche ai propri cittadini. Ormai la situazione è tanto degradata che lo Stato è libero di privatizzare beni senza dover dimostrare che queste azioni hanno una qualsiasi utilità. Ormai si possono svendere beni pubblici demaniali con un semplice decreto ministeriale, senza che lo Stato o l’Ente locale che ha operato tale scelta senta  l’obbligo di compensare la comunità espropriata.  Perché vi sia un’inversione di tendenza occorre rimettere al centro della politica le questioni economiche e di classe, la difesa dei lavoratori dipendenti  e dei ceti popolari in modo chiaro e comprensibile a tutti altrimenti non si esce dal tunnel, altrimenti vincono le destre.

Partendo dalla nostra realtà locale, la talpa dei beni comuni deve produrre un processo di espansione di buone pratiche dal basso verso l’altro. Buone pratiche che si diffondano come un contagio per la trasformazione dell’insieme.[6]

Occorre tentare di avviare, partendo dalla questione femminile, una serie di azioni che operino una trasformazione della realtà generando un’inversione di tendenza rispetto alle pratiche capitalistiche imperanti basate sull’accumulazione di plusvalore e sullo sfruttamento degli uomini, delle donne e dell’ambiente.   E’ un percorso in salita perché sappiamo che vi sarà spazio per la tutela dei BENI COMUNI soltanto se riusciremo a trasmettere ai cittadini la cultura che il buon governo dello Stato e degli Enti Locali sono al servizio della comunità e non viceversa.

Il compito principale della nuova squadra di governo della Città è quello della lotta contro la disuguaglianza. Dopo aver denunciato, assieme alle altre amministrazioni locali, la politica orribile del Patto di stabilità, la futura amministrazione comunale deve rinunciare definitivamente alle politiche di privatizzazione di beni pubblici e, attraverso la pratica dei BENI COMUNI, avviare un progetto di società più giusta che abbatta i blocchi operati sul pubblico impiego.  Soltanto restituendo il lavoro ai giovani, alle donne e agli uomini di Cinisello si avvierà un percorso produttivo che permetterà di uscire dall’attuale tunnel economico, sociale e culturale.

Visita il sito di Milleeunavoce 


[1] L’offerta di nidi pubblici  in Italia è oggi, tra le più basse in Europa e solo il 12 per cento dei bambini sotto i tre anni ha un posto al nido pubblico, contro il 25-40 per cento della Francia e il 55-70 per cento dei paesi nordici.

[2] D. Del Boca, I. Menarini, S. Pasqua, Valorizzare le donne conviene. Ruoli di genere nell’economia italiana, il Mulino, Bologna 2012

[3] M. Corsi, La signora Cipputi sta ancora peggio. Micromega 3/2013

[4] U. Mattei, Beni omuni: un manifesto, Laterza 2011

[5] M. Pivetti, Almanacco di economia, MicroMega 3/2013

[6] U. Mattei, op.cit.

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